17 Dicembre 2021

Osare è perdere momentaneamente l’equilibrio; non osare è perdere se stessi.

“In generale, una persona attribuisce il proprio successo (un buon voto, una realizzazione nel campo professionale o in qualsiasi altro dominio) a una causa interna (ho raggiunto il risultato perché avevo le competenze necessarie) e duratura, sulla quale può esercitare un certo controllo (come organizzarsi di conseguenza). Quanti nutrono, invece, una sensazione di impostura riconducono il proprio successo solo a cause esterne (quindi instabili e sulle quali non è possibile alcun controllo): la fortuna, la gentilezza degli altri i loro errori di giudizio. Mai ai propri meriti.

..come la sindrome dell’impostore derivi da una lettura errata che in particolare le donne fanno di se stesse. Questa lettura si origina nello sguardo condizionato che la famiglia ha riservato loro, introducendo, per così dire, il verme nel frutto.

“…perché parli di successo? Dov’è il tuo merito? Di che cosa vai fiera? […]» «[…] C’è sempre in gioco del talento. E quanto alla mia povera parola ’successo’ con cui tanto ve la prendete, non sono affatto convinta di non meritarla per nulla. Voi avete presentato due belle immagini – ma io penso possa essercene una terza, una via di mezzo tra il non far nulla e il far tutto.» È Jane Austen che ha risolto la questione dell’incasso dei successi e del sentirsi l’impostore che li ha ottenuti. È la terza via: inutile dirsi che non c’entri il caso, in quello che siamo diventati, sbagliato dirsi che non c’entriamo noi. Si risolve andando, la sindrome dell’impostore: quando scopriranno che ho paura di perdere tutto sarò già al sicuro, quando scopriranno che non sono capace avrò già imparato.

La fiducia in noi stessi ci consente di non procrastinare all’infinito le decisioni da prendere e di lanciarci senza remore nei progetti che consideriamo stimolanti. Le nostre azioni prendono forma all’interno di questa dinamica di fiducia, che ci restituisce un senso di realizzazione e porta con sé la promessa di poterci spingere continuamente oltre i nostri limiti. Questo tipo di fiducia richiede tre capacità: non cercare necessariamente lo sguardo altrui per ottenere una conferma: al contrario, avanzare allo scoperto, con forza di volontà, in un’alchimia fatta di forza e flessibilità; avere una buona conoscenza di sé, delle proprie forze e debolezze, e porsi in maniera onesta di fronte alle sfide e ai propri desideri; essere in grado di sopportare i fallimenti, di elaborarli e integrarli nel normale processo di vita e di apprendimento. La nozione di accettazione di sé è pertanto fondamentale. La carriera scolastica, il posto occupato in seno alla famiglia, il modo in cui fallimenti e successi sono gestiti dalla medesima famiglia, tutto questo ha un impatto.

…quando possediamo un certo livello di fiducia in noi stessi, l’ignoto ci appare un po’ meno terrificante, perché sappiamo che ne usciremo vivi senza paura del ridicolo, dell’umiliazione o del rifiuto.

…ogni essere umano possiede tutto ciò che gli serve per funzionare pienamente e autodeterminarsi, purché rimanga vicino alla propria esperienza profonda, vale a dire al suo amalgama di percezioni corporee e sensoriali, di vissuto e della valutazione che ne ricava…

Che cosa devo insegnare a mia figlia?
Le 5 abilità fondamentali.

1.Amarsi.

2.Rispettarsi.

3. Non lasciarsi rinchiudere negli stereotipi.

4. Avere il coraggio di agire.

5.Sapere come farsi valere”

Elisabeth Cadoche - Anne de Montarlot - E SE POI MI SCOPRONO? - Longanesi

16 Dicembre 2021

“E’ arrivato il momento di raccontarti una storia.

Una lunga storia.

La mia storia.

Solo allora saprò cosa indossare, come prepararmi all’incontro.

e tu potrai essermi d’aiuto.”

“Quindi come avrai capito, ma chère, questo non è un appuntamento qualsiasi. Non posso vestirmi come se andassi in ufficio, né indossare un abito da sera. Sto per incontrare tuo fratello per la prima volta dopo quarantaquattro anni. Voglio avere un aspetto gradevole, ma non artificioso; voglio che lui veda oltre la mia maschera.”

“…Oggi mi sento altrettanto nuda ed esposta; non voglio nascondere nulla. Questa volta mi presenterò da lui indifesa, senza la mia armatura – niente trucco, niente bugie. Indosserò qualcosa di semplice, un tailleur blu e una camicetta avorio.

Soltanto io e lui, da soli.”

Georgia Kaufmann - LA SARTA DI PARIGI - Mondadori

15 Dicembre 2021

“Con la bicicletta Alfonsina imparò la disobbedienza.

La montò una notte di luna piena.

La luce azzurra entrava dalle imposte scassate e la teneva sveglia; gli altri dormivano.

Scivolò giù dal letto seguendo la scia d’argento.”

“Lo stomaco si strinse e si rilasciò, come un elastico.

Si aspettò di sentire la voragine e invece era sazia, e leggera.

Madonna santa, pedalava da una vita per dimostrare a sé e al mondo di valere qualcosa, meritare amore, una carezza. Per saziare il bisogno di considerazione. Dopo tanto tempo, tutta la vita, quella necessità si era trasformata in una prigione.

Su un costone abruzzese, grazie al manico spezzato, era finalmente libera.”

“Era circondata da terra, acqua, sentiva la carezza del vento. Aveva pensieri senza fine. Poteva ripartire subito, se lo voleva, o restare ancora lì, a godersi il panorama incantato.

Dormire, masticare un filo d’erba.. O cantare un valzer e invitare i fantasmi a ballare.

Qualsiasi cosa desiderasse.

Io sono sconfinata, pensò.”

Simona Baldelli - ALFONSINA E LA STRADA - Sellerio

Alfonsina Morini nasce in una famiglia di contadini. Ben presto si appassiona al ciclismo e partecipa a numerose competizioni locali. Nei paesi in cui sfrecciava con la sua bicicletta viene soprannominata “il diavolo in gonnella”. Nel 1924 partecipa, prima donna in assoluto, al Giro d’Italia. Negli anni successivi viene negata ad Alfonsina la possibilità di iscriversi al Giro. Lei però vi partecipa ugualmente per lunghi tratti, come aveva fatto al suo esordio, conquistando l’amicizia, la stima e l’ammirazione di numerosi giornalisti, corridori e degli appassionati di ciclismo che continuano a seguire le sue imprese con curiosità, rispetto ed entusiasmo. (Enciclopedia delle donne)


13 Dicembre 2021

“Quando sarà spezzata l’infinita schiavitù della donna, quando ella vivrà per sé grazie a sé, l’uomo – finora abominevole – finalmente arreso, sarà poeta, poeta anche lei! La donna scoprirà qualcosa dell’ignoto! I mondi delle sue idee saranno diversi dai nostri? Scoprirà cose insolite, misteriose, respingenti, incantevoli; noi le adotteremo, noi le capiremo. (Arthur Rimbaud)”

Sandra Petrignani – LEGGERE GLI UOMINI – Editori Laterza


12 Dicembre 2021

“Per quanto mi riguarda, penso non ci sia mito più irritante e falso dell'”eterno femminino”, che è stato inventato dagli uomini con la complicità delle donne e che descrive queste ultime come intuitive, affascinanti, sensibili. Gli uomini hanno il potere di dare a simili parole un’accezione lusinghiera, al punto che molte donne si lasciano ingannare da quell’immagine. Svelano i misteri dei loro cuori, i segreti delle loro intime emozioni…

Ma, quando parla della sensibilità delle donne, in realtà l’uomo si riferisce alla loro mancanza di intelligenza, quando parla di fascino, alla loro mancanza di responsabilità, quando parla di capriccio, alla loro propensione al tradimento. Non lasciamoci ingannare. E’ evidente che i due sessi appaiono uguali solo negli atti ufficiali e nei registri e nei registri di stato civile.

Le donne stanno diventando sempre più indipendenti e al tempo stesso responsabili, attive artefici della costruzione del mondo. Ma questa trasformazione fa ancora paura. Da ogni angolo sbucano profeti

pronti a scommettere che le donne manderanno in rovina l’amore, e con esso tutta la poesia, la fantasia, la gioia. Finora la nostra civiltà non ha conosciuto altra forma d’amore che quella fondata sull’ingiustizia. Le donne capaci di vera passione devono venerare il loro padrone, il loro re, il loro dio, guardarlo sempre con occhi adoranti. Questa idea è talmente radicata nel cuore degli uomini, che appena una donna non si prostra ai loro piedi, vanno nel panico al pensiero di essere costretti a vestire gli ignominiosi panni dello schiavo.

Vedo donne che si potrebbero a buon diritto definire femminili (nel senso che si sposano e hanno figli) adottare uno stie di vita del tutto apprezzabile ai miei occhi: hanno un lavoro e intrattengono con il marito rapporti d’ uguaglianza se non di superiorità. Sarebbe un errore madornale credere che per essere femministe si debba rifiutare di avere figli!

Il fatto è che non si deve cadere in un femminismo astratto, che neghi per esempio l’esistenza della femminilità solo perché è un fatto di cultura e non di natura: sono assolutamente lontana da una simile prospettiva. Fingere che non ci siano più differenze tra uomini e donne perché al giorno d’oggi hanno le stese opportunità e la stessa libertà è veramente ridicolo.

…sono del tutto convinta che le donne siano profondamente diverse dagli uomini. Ma quello che non ammetto invece è che la donna sia differente dall’uomo”.

Simone de Beauvoir - LA FEMMINILITA' UNA TRAPPOLA - L'Orma editore (raccolta di scritti inediti dal 1927 al 1983)

11 Dicembre 2021

Perché io sono una femminista.

E quando, tanti anni fa, cercai la parola sul vocabolario, trovai questa definizione: “Femminista: una persona che crede nell’uguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi”.

La mia bisnonna, a quanto mi hanno raccontato, era una femminista. Fuggì dalla casa dell’uomo che lei non voleva sposare e sposò l’uomo che aveva scelto. Si oppose, protestò, disse ciò che pensava quando le sembrò che la stessero privando della sua terra perché era una donna.

Non conosceva la parola “femminista”.

Ma ciò non vuol dire che non lo fosse.

Dovrebbe esserci più gente a rivendicare questa parola…

Tutti noi, donne e uomini, dobbiamo fare meglio.

…il libro che tutti i giovani uomini e le giovani donne di domani dovrebbero trovare sotto l’albero.

Chimanda Ngozi Adichie - DOVREMMO ESSERE TUTTI FEMMINISTI - Einaudi

10 Dicembre 2021

“Lo chiamano esordio, come l’esordio di una cantante o di una scrittrice, come se ci fosse un futuro luminoso che attende. una strada in discesa pronta a farsi percorrere. Qualcosa di bello e nuovo che si mostra a tutti.

Avevo sentito tutta d’un colpo la sua fragilità e non volevo che qualcosa di simile alla consapevolezza del tempo e delle sue offese passasse anche a lei. Così avevo parlato di dalie.

Perché zia Camilla con i fiori era bravissima. E anche a fare le torta sabbiosa con la marmellata di rose…e a cucire le sue gonne a pieghe…e a cucinare il risotto…e a fare l’ortogiardino…

Così era zia Camilla. Brava in tutto e generosa.

Poi arriva l’esordio.

C’era un odore entrando. Odore di polvere…

L’interno del frigorifero un unico blocco compatto di cibo di ogni età e tipo…

Dalla celletta del ghiaccio scendevano delle pagine in parte incollate sul fondo del frigorifero, era una copia di Famiglia Cristiana.

Si legge in cerca delle cure, che ci sono, ma invece anche no perché non si guarisce.

Un farmaco che inverte il corso dell’esordio. Riavvolge l’esordio e puf, mai esistito.

Non era ancora capitato niente, quasi niente di quello che si trovava descritto.

Proprio quasi niente.

Solo il cappotto in un giorno di sole.

Non era mia madre ma io ero sua figlia.

Zia Camilla non aveva avuto bambini ed io ero nata di troppo.

Se è sveglia quando arrivo le racconto di Teo… dei ragazzi che sono bravi, ormai grandi ed indipendenti.

Lei ascolta.

– Sei fortunata ad avere figli – dice.

Poi si ferma. Credo si chieda se le ne ha o no. La prima frase è quella di sempre, è sicura che va bene, ma poi le arriva il dubbio e non continua.

Allora continuo io.

– Tu non ne hai avuti zia Camilla, ma ci sono io l’Andreina -.

– Ti voglio bene e ti porto nel mio cuore -. Mi stringe la mano e si addormenta.

Ho anche spesso pensato come definire quei giorni che non sarebbero passati alla storia, trascorsi a giocare a carte, cantare vecchie canzoni…a bere tè verde alla menta…

Erano giorni felici, questo è tutto. Fatti di tempo presente che nessuno ha più. Tempo che non correva avanti strizzato da quel che sarà da fare. pieno di senso perché era allegro. Di libertà. Senza programmi. Gli orologi dalle lancette obbedienti solo alla nostra improvvisazione…

Zia Camilla ci regalava la vita come dovrebbe essere.

Sei stanca zia Camilla?

Sì.

Allora vai.

Vado?

Sì.

Ti voglio bene e ti porto nel mio cuore.”

Mariapia Veladiano- ADESSO CHE SEI QUI - Guanda

9 Dicembre 2021

L’hotel più esclusivo di New York per giovani donne.


Io sono verticale (1961) 
Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.
Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

Silvia Plath
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Perdetevi nelle stanze del più esclusivo Hotel di New York e scoprite le vite e i sogni delle straordinarie donne che lo hanno abitato: Molly Brown, Grace Kelly, Liza Minelli, ma anche Silvia Plath, Joan Didion, Gael Green. Sarà un modo per scoprire la loro vita nella Città dei Sogni e che cosa ha significato avere una stanza tutta per sé. Il Barbizon ha dato loro la possibilità di reinventarsi, libere dalle costrizioni familiari, di avere una vita indipendente a Manhattan e di sperimentare diverse versioni di sé. L’hotel ha rappresentato il fascino, il desiderio e l’ambizione delle giovani donne. Non è più esistito nulla di simile.

“La Donna Nuova è nata nell’ultimo decennio del Diciannovesimo secolo. Era una donna desiderosa di essere qualcosa di più di una figlia, una moglie, una madre. Voleva spingersi fuori dalle quattro mura di casa per esplorare il mondo; voleva l’indipendenza; voleva liberarsi da tutto ciò che la opprimeva.”

Paulina Bren - BARBIZON HOTEL Storia di un hotel per sole donne - Neri Pozza

8 Dicembre 2021

Solo l’autobiografia è letteratura, i romanzi sono la scorza, e alla fine si arriva al nocciolo: o io o tu.

“…una donna, se vuole scrivere romanzi, deve avere soldi e una stanza per sé, una stanza propria; il che, come vedete, lascia insoluto il grosso problema della vera natura della donna e della vera natura del romanzo.

Ma per la donna, pensavo, guardando gli scaffali vuoti, queste difficoltà erano infinitamente più grandi. In primo luogo, avere una stanza tutta per sé, e non diciamo una stanza tranquilla o a prova di rumori, era completamente impossibile, a meno che i suoi genitori fossero eccezionalmente ricchi o molto nobili, perfino agli inizi del Novecento. Poiché i suoi soldi spiccioli, che dipendevano dalla buona volontà di suo padre, bastavano appena per provvederla di vestiti, non si poteva avvalere di certe consolazioni di cui invece si avvalevano perfino Keats, Tennyson o Carlyle, tutti e tre piuttosto poveri, facendo una lunga gita a piedi, un piccolo viaggio in Francia, oppure prendendo un alloggio separato il quale, anche se abbastanza miserabile, era sempre un rifugio contro le pretese e le tirannie della famiglia. Queste difficoltà materiali erano formidabili; ma assai peggiori erano quelle immateriali. L’indifferenza del mondo, che tanto faceva soffrire Keats e Flaubert e altri uomini di genio, nel caso della donna non era già indifferenza bensì ostilità. Il mondo non diceva loro, come agli altri scrittori: Scrivete se volete; per me è esattamente lo stesso. Il mondo diceva ridendo: Scrivere? A che cosa vi serve scrivere?

…è abbastanza evidente che perfino nell’Ottocento nessuno incoraggiava le donne a diventare artisti. Al contrario, esse venivano disprezzate, schiaffeggiate, ammonite ed esortate. Il bisogno di opporsi a tutto questo, di provare che non era vero, doveva significare una notevole tensione dell’animo, e una continua perdita di vitalità. E qui ci avviciniamo a quell’interessante e oscuro complesso maschile che ha sempre avuto una così forte influenza sul movimento femminista; quel profondo desiderio, non tanto di dimostrare che lei è inferiore, quanto di provare che lui è superiore.

La storia dell’opposizione degli uomini all’emancipazione delle donne è forse più interessante della storia stessa di quella emancipazione. Se ne potrebbe fare un libretto divertente, se qualche giovane studentessa di Girton o Newnham si decidesse a raccogliere degli esempi e trarne una teoria; ma la giovane in questione dovrebbe proteggersi le mani con guanti di pelle spessa, e il corpo con sbarre di oro massiccio.

La libertà intellettuale dipende da cose materiali. La poesia dipende dalla libertà intellettuale. E le donne sono sempre state povere, non soltanto in questi duecento anni, ma dagli inizi dei tempi. Le donne hanno avuto meno libertà intellettuale di quanta non ne avessero i figli degli schiavi ateniesi. Le donne, pertanto, non hanno avuto la più piccola opportunità di scrivere poesia. Perciò ho insistito tanto sul denaro e sulla stanza propria.

Perciò vi chiedo di scrivere ogni sorta di libri, su qualunque argomento, senza dubitare, per quanto triviale o per quanto vasto vi possa sembrare. In un modo o nell’altro, spero che un giorno avrete denaro sufficiente per viaggiare e per oziare, per contemplare il futuro o il passato del mondo, per sognare davanti ai libri e vagare per le strade e lasciare che la lenza del pensiero scenda sempre più in fondo al fiume. Poiché non ho alcuna intenzione di confinarvi al romanzo. Se volete farmi piacere – e ci sono migliaia di lettori come me – dovete scrivere libri di viaggi e di avventure, di scienza e di filologia, di storia e di biografia, di critica e di filosofia e di sociologia.

Perciò quando vi chiedo di scrivere più libri vi sto incitando a fare qualcosa che contribuirà al vostro bene e al bene del mondo intero.

«Continuerò ad azzardare, a cambiare, ad aprire la mente e gli occhi, rifiutando di lasciarmi incasellare e stereotipare. Ciò che conta è liberare il proprio io: lasciare che trovi le sue dimensioni, che non abbia vincoli»

Virginia Woolf - UNA STANZA TUTTA PER SE' - Feltrinelli
Nadia Fusini - POSSIEDO LA MIA ANIMA Il segreto di Virginia Woolf - Feltrinelli

7 Dicembre 2021

“Non debba mai scoprire con domande, con carezze, quella solitudine immensa d’amarti solo io”.

Nives vive sola con le sue bestie a Poggio Corbello dopo che suo marito Anteo è passato a miglior vita “per un coccolone”.

“…nella solitudine la vita di campagna cambiava tanto. Le ore diventavano badilate sui denti al rallentatore; le medesime faccende prendevano una piega anomala…

Ogni mansione si appesantiva di quell’accento: il fatto non condiviso andava perso.

Non esser guardata da anima viva la faceva sentire un fantasma.”

La solitudine, giunta così improvvisa, se di giorno appare sopportabile, al calar della notte fa nascere in Nives “uno sprofondo e le fa e percepire cose da ingoiarsi il cuore”. Per alleviare tutto questo la donna decide di portare a vivere con lei in casa, Giacomina, la fidata gallina dalla zampa bitorzoluta. La custodisce come un fiore delicato, la lava, le lucida l penne e le cerca nell’orto i lombrichi per nutrirla. Tutto questo genera fra i parenti e i vicini di casa un certo chiacchiericcio a cui Nives risponde con prontezza: “…sia chiaro: mi faccio compagnia con chi mi pare”.

Una sera, un improvviso “malessere” di Giacomina, obbliga Nives, che non riesce a darsi pace, ad una telefonata al veterinario del paese Loriano Bottai:

“Loriano, ascolta.

Dimmi.”

Ed ecco che la telefonata diventa l’occasione per lasciar spazio al non detto di una vita: “Alla prima occasione si era scaraventata a minare la tranquillità di un matrimonio che viaggiava verso il mezzo secolo di serenità”:

“Ha senso parlarne ora?

Ha senso non averne parlato mai?”.

Emergono i segreti della provincia bigotta (“a Bardo potevi dire di tutto, tranne di avere il figlio frocio. Gli sbudellamenti erano il minimo”), i racconti di fatti che affondavano nell’ignoranza popolare (“Alla fine gli costava nulla lasciarle credere in veggenti e pozioni, defunti che ti parlano col verso della civetta e sassi magici”.), un sentimento non vissuto pienamente:

“A proposito di spiriti che non trovano requie.

Noi siamo vivi e vegeti.

Parla per te. Una certa Nives è stata massacrata nell’82. Quello che è successo dopo è un’altra cosa. Non è roba da poco vivere con lo spettro di quel che saresti potuta essere. Ti guardi allo specchio e prima di di darti il buongiorno vedi quello.

Esagerata. E poi tre chiacchiere cambierebbero qualcosa?

Almeno mi fai compagnia. Visto che ti è mancato il coraggio per tutto il resto”.

“Troppe parole, con troppo peso”.

Alla fine di quella lunga notte al telefono, Nives ha le braccia doloranti , un ronzio nelle orecchie in fiamme, il cuore le batte strano, ma si sente salva per non essersi ingannata mai.

Sacha Naspini - NIVES - edizioni E/O