Quando la mattina inizia storta…

Per amare bisogna aver dimenticato tutto, è quello che non ho mai smesso di fare.

…storta eccome o forse è il cervello ad essere ancora in “stand by”! Inserisco tre volte il Pin sbagliato nel telefono, mi viene chiesto il codice Puk per lo sblocco! Puk??? Il mio cuore vacilla! Sarà forse la sigla di una qualche associazione segreta russa? No un codice numerico di 8 cifre da conservare con cura!!!

Si, ma dove? Svuoto con grazia (o quasi) tutti i cassetti di casa e davanti mi si apre un mondo: sassolini raccolti sulla spiaggia, agendine di ogni specie, tessere, fotografie degli avi e pure un pettine rosa regalato da un tenero “fidanzatino” alle scuole elementari, ma di Puk neppure l’ombra!

…spero che nessuno entri in casa in questo momento, perché potrebbero solo pensare che è appena passato uno tsunami…

Decido che Pin, Puk e tutte le forze avverse delle 7.20 del mattino vanno affrontate a modo mio: zucchero e bellezza!

Ecco il mio rimedio, se un mattino dovessero far visita anche a voi: Frittelle e fruscio di pagine di un libro che amate! Così ho avuto la meglio su Puk… sui cassetti, non ancora!

Buona giornata!

“Lettere a Yves Saint Laurent” è un pamphlet che raccoglie le lettere scritte da Pierre Bergé, a lungo compagno del grande sarto francese e poi rimasto al suo fianco per cinquant’anni, dopo la sua dipartita.

E’ un libro che ho già letto, ma che riprendo sovente perché rievoca la grandezza di un amore e la bellezza della condivisione di una vita.

-“Se dovessi rivivere, rivivrei come ho vissuto: non rimpiango il passato né temo il futuro”, Montaigne, Saggi. Che altro potrei aggiungere? Niente. E’ quello che mi dico mentre ti scrivo. Ho sempre pensato così. I rimproveri che ti ho rivolto in queste lettere, o che tu hai potuto percepire, non sono recriminazioni, solo rimpianti. –

Pierre Bergé “Lettere a Yves Saint Laurent” Archinto editore

FRITTELLE

Ingredienti

1 uovo

2 cucchiaini di zucchero di canna

3 cucchiai di latte

1 cucchiaio di farina

1 noce di burro

Preparazione

In una piccola scodella per la colazione sbatto con l’aiuto di una frusta l’uovo con lo zucchero, aggiungo il latte e per ultima la farina. Amalgamo bene, fino a quando tutti i grumi sono scomparsi. Scaldo un padellino, lo ungo con un piccolo pezzo di burro e verso il composto. Con queste dosi si fanno due frittelle. Aumentandole in proporzione se ne possono preparare molte di più. La ricetta è semplicissima, ma al palato e all’umore dà grandi soddisfazioni!


La Cura


Riflessi

Credo che ognuno trovi la cura per la propria anima, a volte smarrita, a volte semplicemente affaticata, in qualche cosa.

Io la trovo nei libri e nella cucina.

I libri vengono prima e non lo dico per vanto.

Quando una giornata è un po’ più “storta” delle altre mi basta anche solo sfiorarli, sfogliarli per recuperare un senso di pace.

Cucinare è il passo successivo: la serenità riacquistata, poi, mi spinge con nuovo entusiasmo verso i fornelli!

La cura è…

Un pacchetto di lettere chiuso con un pezzo di corda stretto e rimasto nascosto in un baule per quasi un secolo.

La storia di un incontro fra una principessa e un artista.

Lasciare spazio solo alla bellezza.

“Amica mia!

Non posso resistere allo scrivere due righe. E’ giunta la cassetta dei fiori. Tutta la poesia dell’Isolino, dei suoi cespugli, tutta la poesia della vostra bontà era chiusa in quelle quattro assicelle. Aperta la cassetta rividi tutto e mi sentii invaso da una sconsolata nostalgia.

“Mia madre era veramente commossa e ha voluto subito telegrafare. Quanto siete buona gentile amica mia.

“Ho avuto una giornata triste. Milano mi sembra vuota e buia. Mi sento lontano da tutti e da tutto. Ho riletto la vostra lettera, ho meditato sui progetti, l’ho tenuta con me questa notte, l’ho riletta e vi ho ringraziata dal profondo della mia adorazione.

“Se non devo tornare da voi vorrei partire oggi per il reggimento. E’ inutile non posso più stare! C’è qualcosa che mi prende! mi afferra alla gola e mi commuove! Giro le strade col disgusto di tutto. Tutto mi pare banale e povero e inutile e volgare. Mi calmerò amica mia, mi calmerò non temete. Nulla sarà fatto che possa dispiacere la vostra onestà, la vostra pace, la vostra stima per me, la suprema bellezza della vostra vita!

“Ma sento che qualche cosa trabocca in me! Che giornata grigia in questo caldo pesante! Tra poco calerà la sera sulla cara isola. Starete nella veranda? Nel salone bianco e azzurro? Certo salirete silenziosa e maestosa la scala segreta. Entrerete nella vostra camera…Buonanotte amica mia, sorridete nel sonno.

M’inginocchio e vi bacio le mani

Vostro Boccioni”

“Amico caro,

“Torno ora da Intra e la sua lettera mi aspettava. L’ho letta tutta d’un fiato seduta sulla veranda, perché sapevo che avrebbe da dirmi tante cose che mi avrebbero interessata. Dunque sarà artigliere, ed è libero fino al 24 … ed è contento. Le dico subito: venga appena può. Non ci rivedremo forse per tanto e tanto tempo, e in questo anno di guerra spero che la gente avrà altre cose alle quali pensare che di notare che Lei sta volentieri all’Isolino. Io dirò che dovendo parlare col Colonnello Talamo (per carità poi trovi qualcosa da dirgli!) mi ha domandato di poter tornare per tre giorni. Questi tre poi si prolungheranno. del resto non riguarda nessuno quanto tempo restate da me! Più tardi avrò altri amici, che resteranno anche di più. dunque telegrafatemi il giorno e l’ora del vostro arrivo, e se per battello o per treno. Vi aspetto!

“Può darsi che arrivi Carlo Visconti, si era annunciato per l’11 luglio e non mi ha più fatto sapere niente. Ma lo troverete colto e simpatico. Non ha salute, e spesso deve coricarsi prima di pranzo o anche restare in camera tutto il giorno, poveretto. E’ un vecchio amico al quale voglio bene; un’anima retta.

“Dunque vi vedrò tornare, io che mi ero rassegnata a riprendere la mia vita solitaria. Vi è una luna, vedrete che serate meravigliose, se tornate presto! Avremo delle serate meravigliose. Ieri sera, quando sono andata a letto, vi era una striscia d’argento fantastica sul lago: come le “paillettes” che si portavano una volta. Mi sono messa a leggere il vostro libro: vi sono varie cose che devo chiedervi, a proposito, poi quando è venuto il sonno ho guardato il vostro ritratto in prima pagina, ho detto: “Buonasera, amico” – e mi sono addormentata.

“Non ho visto nessuno eccetto mia madre da quando siete partito. No, mi sbaglio; una coppia di vicini, da Belgirate, ossia; che hanno qualificato l’Isolino come “Molto chic!” E’ tutto dire.

“Il prefetto mi ha dato qualche prima fotografia, ma sono stampate male. Vi mando però una.

” A rivederci, amico. Fra breve, non è vero?

Le due mani

Vittoria Caetani di Teano”.

L’Isolino

Marella Caracciolo Chia “UNA PARENTESI LUMINOSA – L’amore segreto fra Umberto Boccioni e Vittoria Colonna” Adelphi Edizioni


Apri gli occhi è già lunedì…

Come mai le donne se intendono sempre? Secondo me perché sono detentrici del mistero della formazione della materia.

“La crostata aveva prodotto l’ennesima dissertazione sul perché, pur essendo fatta di semplici ingredienti, fosse tra i dolci più amati da chiunque. un dolce considerato dal professore -privo di trabocchetti- e – di facile cattura-…”

Badare a Luciano Farnesi, anziano professore di filosofia che disserta anche sui dolci, (“filosofeggia anche quando sta boccheggiando” dirà più avanti, in un passo del libro, sua figlia Elisa) è la nuova proposta di lavoro che, in un caldo pomeriggio di agosto viene fatta a Maria Vittoria Baroncini.

La giovane donna quarantenne ha perso il lavoro e il suo matrimonio non solo fa la muffa, come la casa della petulante suocera, in cui è costretta a vivere, ma sta in piedi “come una capannuccia fatta con gli stuzzicadenti”.

Maria Vittoria accetta senza esitazione, solo con un po’ di timore perché fra i suoi compiti ci sarà anche quello di leggere per il professore che da una decina d’anni ha perso la vista “Leggere so leggere, ma cosa vuole che si legga?”

Nel luminosissimo appartamento del professore, ( una casa invasa dalla luce visto che i suoi occhi non vedono più), Maria Vittoria si occuperà delle faccende domestiche, ma diventerà anche i suoi occhi per poter rileggere Pascal, Epitteto, Epicuro…

Fra i due si instaura un dolce rapporto fatto di comprensione e a poco a poco di confidenza reciproca e i pensieri dei filosofi saranno gli strumenti attraverso i quali il professore aiuterà Maria Vittoria ad affrancarsi da una vita triste e limitante.

“Ho abitato per tanti anni tollerata come una pattumiera in camera, e manco me ne accorgevo. Ci si sente più soli quando si costruisce una vita apposta per non esserlo”.

Di sfondo, ma in qualche modo attori vivaci della storia anche loro, una Livorno da cartolina, che ti vien voglia di partire per fare le passeggiate che il professore percorre con i suoi amici di una vita, ed un coro di personaggi deliziosi.

Maria Vittoria con dolcezza accompagna il professore anche quando la sua salute peggiora e la sua mente comincia a vacillare. Nella casa piena di luce, di vento che profuma di mare di pitosfori e di fiori, mentre lei lascia andare le delusioni e con gratitudine accoglie una nuova vita per sé stessa , il professore sembra “ripescare nell’infinito una goccia di sollievo.”

“Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì perché tu eri dentro di me e io fuori” Sant’Agostino.

Alice Cappagli “Niente caffè per spinoza” Einaudi editore

Crostata alla marmellata di mirtilli e lamponi

Ingredienti

300 grammi di farina tipo 1

125 grammi di burro ( a temperatura ambiente)

100 grammi di zucchero di canna

2 uova

2 cucchiaini da caffè di lievito per dolci

Preparazione

In una ciotola capiente metto tutti gli ingredienti dosati e li lavoro velocemente con le mani. L’impasto deve risultare morbido, ma non appiccicoso. Solitamente la pasta frolla va fatta riposare, ma io spesso la utilizzo subito. Stendo quasi tutto l’impasto in una teglia tonda e tengo da parte solo un piccolo pezzo di pasta per creare le decorazioni o le righe. Tendo a non mettere troppo zucchero nell’impasto perché la marmellata addolcisce già molto.

Buon lunedì e buona settimana!


Quella metà di noi…

Domenica, 28 aprile 2019

Parto per sistemare i conti, i nostri, e per ritornare.

“Abbiamo tante vite quante sono le persone che incrociamo e alle quali concediamo la possibilità di determinare un cambio di direzione o una svolta.”

Matilde Mezzalama, vedova e maestra in pensione, vive a Torino, o meglio nella banlieue torinese di Barriera Milano. “Barriera è una parola che condiziona l’esistenza”. “Un posto di merda” agli occhi di sua figlia Emanuela, che da qui è scappata per laurearsi in veterinaria e diventare una donna internazionale che parla tre lingue e vive in precollina.

Madre e figlia non si frequentano, se non per l’attimo dello scambio di un panettone a Natale. Le troppe verità omesse fra loro lasciano spazio solo a “un dialogo senza espressione” e ad un’incapacità di sostegno reciproco.

Emanuela non comprende e non accetta che sua madre, nonostante la pensione, faccia la badante ad un’anziano ingegnere. Matilde sembra non trovare il coraggio di raccontare a sua figlia le sue leggerezze.

Matilde infatti, dopo il pensionamento, incontra Amedeo che pur essendo più giovane di lei, non ha fatto caso alla differenza di età. Amedeo che “aveva i capelli del colore di certi biscotti dimenticati nel forno per qualche minuto più del necessario”, i tratti del viso piacevoli e le mani “pratiche, intraprendenti, ostinate. Mani musicali, agili, svelte”. Amedeo che la inganna…

Anche Emanuela sopporta il peso di una vita infelice. Mai accettata dagli altezzosi suoceri dentisti, che non perdono occasione di denigrala, “La nuora faceva del suo meglio per essere all’altezza, ma nessuno sforzo era sufficiente. Non la dizione corretta, non la buona educazione, non una discreta cultura generale… Poverina. Be’, d’altronde è di Barriera.”, cerca di conservare la sua vita dentro scatole ordinate. Fino a quando non ricompare sulla sua strada un ex compagno di università, fino a quando il suo sguardo non incrocia “uno sguardo che non era per niente issimo. Era brillante questo sì, nonostante la leggera miopia, ma soprattutto era suo, di lei…” Uno sguardo che però inganna anche lei…

Ci sono verità non dette un po’ per tutti i personaggi di questo romanzo corale, per Laura, Dora, Carmen, Moreno e per l’ingegnere Giacomo Dutto che a Matilde, prima di seppellire il suo segreto con sé, confida: “Ci sono segreti che sono gesti d’affetto”.

Quando le illusioni crollano però, le cose devono essere rimesse a posto, ma le madri non servono a questo? Per soddisfare i bisogni dei figli e vivere una vita secondaria? Matilde, a differenza delle sue illusioni, che avevano la forma di una cartolina appesa al frigo, non crolla e, anche se non riuscirà a dirlo a sua figlia, cercherà di porre rimedio alle leggerezze e ai segreti.

“Quella metà di noi” è un romanzo che leggi in tensione fino all’ultima pagina. Un romanzo che ti fa intuire che i segreti possono essere: “Spazi di intimità da preservare, nascondigli per azioni incoerenti, fughe, sguardi, libertà particolari, il trucco che nasconde l’evidenza, pozze in cui saltare a piedi scalzi, regali senza mittente, errori, vendette. Persone amate.”

“Chi non ha qualcosa da nascondere, ha almeno una verità da raccontare. E la verità, a volte, è il più grande di tutti i segreti.”

Buona lettura e buona domenica!

Paola Cereda “Quella metà di noi” Giulio Perrone editore


Genoveffa Cervi

Venerdì, 26 aprile 2019

La famiglia Cervi

Ieri ho avuto l’onore e il privilegio di festeggiare il 25 aprile a Casa Cervi*…E’ stata una grande emozione vedere e vivere, anche se solo per una giornata, quei luoghi che conservano in ogni angolo la sacralità del sacrificio di un’intera famiglia.

Il sacrificio di sette uomini, di sette partigiani, di sette fratelli che difesero strenuamente i loro ideali, senza tradirli mai: “Ma non credessero che i miei figli erano signorini. Alla caserma dei Servi i banditi neri hanno chiesto: volete il perdono? Mettetevi nella guardia repubblicana. I miei figli risposero, crederemmo sporcarci.”

Dietro questi sette uomini lungimiranti, progressisti che insieme al loro padre lottarono contro le ingiustizie sociali e il regime fascista ci fu una figura altrettanto straordinaria: Genoveffa, la loro madre. Per quanto può sembrare semplicistico il detto, che dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna, questa volta mi sembra calzante…

Genoveffa studiò, lesse e lavorò instancabilmente dall’alba al tramonto. Sostenne nonostante una forte matrice cattolica, le idee progressiste del marito e dei figli e condivise con loro la lotta partigiana facendo di casa Cervi un baluardo della Resistenza.

Una donna così straordinaria, che per più di un mese seppe conservare nel cuore il segreto ed il dolore dell’eccidio dei figli per svelarlo al marito solo dopo che si fosse ripreso “dall’ulcera e dalla prigione.”

Proprio Alcide scrisse le parole più belle per descrivere sua moglie:

“La madre aveva più fantasia di me, lavorava più col cuore, andava avanti alle cose. Io le dicevo sempre: tu sei Marta e Maria, tutte e due insieme. Perché quando Gesù racconta delle due donne, che una lavorava sempre, con le mani, e l’altra con la mente fervorosa, diceva: la mia predilezione è per Maria che conosce le vie dello spirito. E lei era tutt’e due, perché il giorno lavorava fino alle undici, e poi fino all’una studiava e leggeva, e fantasticava. Era timida e dolce, aveva occhi di quelli che non reggono alla vista di questa terra, e sapeva profetizzare.”

IL cuore di Genoveffa un anno dopo la morte dei figli “non resse”…
“Torno a stare coi figli miei”.

“Ai fratelli Cervi, alla loro Italia” di Salvatore Quasimodo

In tutta la terra ridono uomini vili,
principi, poeti, che ripetono il mondo
in sogni, saggi di malizia e ladri
di sapienza. Anche nella mia patria ridono
sulla pietà, sul cuore paziente, la solitaria
malinconia dei poveri. E la mia terra è bella
d’uomini e d’alberi, di martirio, di figure
di pietra e di colore, d’antiche meditazioni.

Gli stranieri vi battono con dita di mercanti
il petto dei santi, le reliquie d’amore,
bevono vino e incenso alla forte luna
delle rive, su chitarre di re accordano
canti di vulcani. Da anni e anni
vi entrano in armi, scivolano dalle valli
lungo le pianure con gli animali e i fiumi.

Nella notte dolcissima Polifemo piange
qui ancora il suo occhio spento dal navigante
dell’isola lontana. E il ramo d’ulivo è sempre ardente.

Anche qui dividono in sogni la natura..
vestono la morte e ridono i nemici
familiari. Alcuni erano con me nel tempo 
dei versi d’amore e solitudine, nei confusi
dolori di lente macine e di lacrime. 

Nel mio cuore finì la loro stona 
quando caddero gli alberi e le mura
 tra furie e lamenti fraterni nella città lombarda.

Ma io scrivo ancora parole d’amore,
e anche questa è una lettera d’amore
alla mia terra. Scrivo ai fratelli Cervi 
non alle sette stelle dell’arsa: ai sette emiliani 
dei campi. Avevano nel cuore pochi libri,
morirono tirando dadi d’amore nel silenzio.
Non sapevano soldati filosofi poeti
di questo umanesimo di razza contadina.
L’amore la morte in una fossa di nebbia appena fonda.

Ogni terra vorrebbe i vostri nomi di forza, di pudore,
non per memoria, ma per i giorni che strisciano
tardi di storia, rapidi di macchine di sangue.

*MUSEO CERVI:
Via Fratelli Cervi, 9, 42043 Gattatico RE
http://www.istitutocervi.it/museo-cervi


25 aprile

Giovedì, 25 aprile 2019


Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore 

“Dopo che avevo saputo, mi venne un grande rimorso. Non avevo capito niente, niente, e li avevo salutati con la mano, l’ultima volta, speranzoso, che andavano al processo e gliel’avrebbero fatta ai fascisti, loro così in gamba e pieni di stratagemmi. E invece andavano a morire. Loro sapevano, ma hanno voluto lasciarmi l’illusione, e mi hanno salutato sorridendo: con quel sorriso mi davano l’ultimo addio. Figli, perché avete avuto pietà della vecchiezza mia, perché non mi avete detto che andavate alla fucilazione? Avrei urlato ai fascisti, come ho fatto sempre, e forse non sareste morti…

…Perché avete fatto così figli miei? E’ colpa mia, se ho sempre creduto in voi, che nessuno l’avrebbe vinta su di voi? Non è sempre stato così, quando eravamo insieme e tornavate vincitori dai processori, dai carceri, dalle lotte coi fascisti, dai colpi partigiani? Ma alla morte, alla morte non ci avevo mai pensato. Ben meritato è il rimorso, per me superbioso, che vi credevo intoccabili dalla morte. E se anche in carcere lo dicevo, che potevate essere morti, il sangue non ci credeva, e si ribellava. Ma i padri e le madri sono fatti così, adesso lo capisco. pensano che loro moriranno, che anche il mondo morirà, ma che i loro figli non li lasceranno mai, nemmeno dopo la morte, e che staranno sempre a scherzare coi loro bambini, che hanno cresciuto per tanti anni, e la morte è un’estranea. Che sa la morte dei nostri sacrifici, dei baci che voi mi avete dato fino a grandi, delle veglie che ho fatto io sui vostri letti, sette figli, che prendono tutta una vita!…

Maledetta la pietà e maledetto chi dal cielo mi ha chiuso le orecchie e velato gli occhi, perché io non capissi, e restassi vivo, al vostro posto! Niente di voi sappiamo più, negli ultimi momenti, né una frase, né uno sguardo, né un pensiero. Eravate tutti e sette insieme, anche davanti alla morte, e so che vi siete abbracciati, vi siete baciati e Gelindo prima del fuoco ha urlato:

-Voi ci uccidete, ma noi non morremo mai!

E’ vero, figli miei, vostro padre aveva ragione, il sangue diceva giusto, voi non potete morire.”

Alcide Cervi

“I miei sette figli” Einaudi Editore


LA CATTIVA ABITUDINE DI CASCARE OGNI TANTO IN UN POZZO…

Martedì, 23 aprile 2019

Oggi ho letto il saggio intitolato “Discorso sulle donne” che Natalia Ginzburg pubblicò nel 1948 sulla rivista Mercurio e la lettera che Alba De Céspedes, scrittrice, poetessa, partigiana ed allora direttrice della rivista, inviò alla Ginzburg in risposta al suo articolo. E’ un dialogo sulla forza e sulla debolezza delle donne. Ne sono rimasta profondamente colpita. E’ molto facile infatti rispecchiarsi nella abitudine di cui parla la Ginzburg “di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla”; ed è altrettanto vero che questo “guaio” a volte può compromettere la forza di noi donne. La lettera in risposta di Alba de Céspedes è però uno specchio in cui vedo maggiormente riflessa la mia immagine. Perché “cadere nei pozzi” significa “venire a contatto immediato con la debolezza, i sogni, le malinconie, le aspirazioni, e insomma tutti quei sentimenti che formano e migliorano l’animo umano” e da questi pozzi credo le donne riaffiorino sempre con una maggiore consapevolezza di se stesse. Ripropongo di seguito i brani, spero siano anche per voi un intenso spunto di riflessione.

Buona lettura!

DISCORSO SULLE DONNE di Natalia Ginzburg

“L’altro giorno m’è capitato fra le mani un articolo che avevo scritto subito dopo la liberazione e ci sono rimasta un po’ male. Era piuttosto stupido: intanto era tutto in ghingheri, belle frasi ben studiate e girate bene; adesso non voglio più scrivere così. E poi dicevo con calore e convinzione delle cose ovvie: del resto succedeva un po’ a tutti, subito dopo la liberazione, di scaldarsi molto a dire delle cose ovvie: era anche giusto in un certo senso, perché in vent’anni di fascismo uno aveva perduto il senso dei valori più elementari, e bisognava ricominciare da capo, ricominciare a chiamare le cose col loro nome, e scrivere pur di scrivere, per vedere se eravamo ancora delle persone vive.

Quel mio articolo parlava delle donne in genere, e diceva delle cose che si sanno, diceva che le donne non sono poi tanto peggio degli uomini e possono fare anche loro qualcosa di buono se ci si mettono, se la società le aiuta, e così via. Ma era stupido perché non mi curavo di vedere come le donne erano davvero: le donne di cui parlavo allora erano donne inventate, niente affatto simili a me o alle donne che m’è successo di incontrare nella mia vita; così come ne parlavo pareva facilissimo tirarle fuori dalla schiavitù e farne degli esseri liberi. E invece avevo tralasciato di dire una cosa molto importante: che le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne. Le donne spesso si vergognano d’avere questo guaio, e fingono di non avere guai e di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante; ma a me non è mai successo d’incontrare una donna senza scoprire dopo un poco in lei qualcosa di dolente e di pietoso che non c’è negli uomini, un continuo pericolo di cascare in un gran pozzo oscuro, qualcosa che proviene proprio dal temperamento femminile e forse da una secolare tradizione di soggezione e schiavitù e che non sarà tanto facile vincere; m’è successo di scoprire proprio nelle donne più energiche e sprezzanti qualcosa che mi indiceva a commiserarle e che capivo molto bene perché ho anch’io la stessa sofferenza da tanti anni e soltanto da poco tempo ho capito che proviene dal fatto che sono una donna e che mi sarà difficile liberarmene mai. Due donne infatti si capiscono molto bene quando si mettono a parlare del pozzo oscuro in cui cadono e possono scambiarsi molte impressioni sui pozzi e sull’assoluta incapacità di comunicare con gli altri e di combinare qualcosa di serio che si sente allora e sugli annaspamenti per tornare a galla.

Ho conosciuto moltissime donne. Ho conosciuto donne con dei bambini e donne senza bambini, mi piacciono di più le donne con dei bambini perché so subito di cosa parlare, fino a quanti mesi l’hai allattato e dopo cosa gli hai dato e adesso cosa gli dai. Due donne insieme possono parlare all’infinito su questo tema. Ho conosciuto delle donne che potevano prendere il treno e partire lasciando i propri bambini per qualche tempo senza sentire una terribile angoscia e il senso di fare una cosa contro natura, vivere quietamente per molti giorni lontano dai bambini e non provare quella paura viscerale e inconsulta che sia successo loro qualcosa di male, come invece capita a me ogni volta; e non è che quelle donne non volessero bene ai loro bambini, gli volevano bene quanto io voglio bene ai miei ma semplicemente erano più in gamba. Ho incontrato donne tranquille ma poche, la maggior parte sono come me e non riescono a vincere quella paura viscerale e straziante e quel senso di fare una cosa contro natura ogni volta che si coricano in un letto d’una città straniera molti e molti chilometri lontano dai bambini. Ho cercato d’essere più in gamba che potevo in questo, ho cercato di dominarmi meglio che potevo e ogni volta che son salita in treno senza i bambini mi son detta: «Questa volta non avrò paura», ma la paura è nata sempre in me e quello che non ho ancora capito è se mi passerà quando i miei bambini saranno uomini, spero bene che mi passerà. E non posso pensare tranquillamente a girare i paesi come vorrei, a dire il vero ci penso sempre ma so bene che non mi è possibile farlo. Così ci sono delle donne canguri e delle donne non canguri, ma le donne canguri sono molte di più.

Io dunque ho conosciuto moltissime donne, donne tranquille e donne non tranquille, ma nel pozzo ci cascano anche le donne tranquille: tutte cascano nel pozzo ogni tanto. Ho conosciuto donne che si trovano molto brutte e donne che si trovano molto belle, donne che riescono a girare i paesi e donne che non ci riescono, donne che hanno mal di testa ogni tanto e donne che non hanno mai mal di testa, donne che si lavano il collo e donne che non se lo lavano, donne che hanno tanti bei fazzolettini bianchi di lino e donne che non hanno mai fazzoletti o se li hanno li perdono, donne che portano il cappello e donne che non lo portano, donne che hanno paura d’essere troppo grasse e donne che hanno paura d’essere troppo magre, donne che zappano tutto il giorno in un campo e donne che spezzano la legna sul ginocchio e accendono il fuoco e fanno la polenta e cullano il bambino e lo allattano e donne che s’annoiano a morte e frequentano corsi di storia delle religioni e donne che s’annoiano a morte e portano il cane a passeggio e donne che s’annoiano a morte e tormentano chi hanno sottomano, il marito o il figlio o la cameriera, e donne che escono al mattino con le mani viola dal freddo e una sciarpettina intorno al collo e donne che escono al mattino muovendo il sedere e specchiandosi nelle vetrine e donne che hanno perso l’impiego e si siedono a mangiare un panino su una panchina del giardino della stazione e donne che sono state piantate da un uomo e si siedono su una panchina del giardino della stazione e s’incipriano un po’ la faccia.

Ho conosciuto moltissime donne, e adesso sono certa di trovare in loro dopo un poco qualcosa che è degno di commiserazione, un guaio tenuto più o meno segreto, più o meno grosso: la tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata che gli uomini non conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se stessi e a identificarsi col lavoro che fanno, più sicuri di sé e più padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi. Le donne cominciano nell’adolescenza a soffrire e a piangere in segreto nelle loro stanze, piangono per via del loro naso o della loro bocca o di qualche parte del loro corpo che trovano che non va bene o piangono perché pensano che nessuno le amerà mai o piangono perché hanno paura di essere stupide o perché hanno paura di annoiarsi in villeggiatura o perché hanno pochi vestiti, queste sono le ragioni che dànno loro a se stesse ma sono in fondo solo dei pretesti e in verità piangono perché sono cascate nel pozzo e capiscono che ci cascheranno spesso nella loro vita e questo renderà loro difficile combinare qualcosa di serio. Le donne pensano molto a loro stesse e ci pensano in un modo doloroso e febbrile che è sconosciuto a un uomo. È molto difficile che riescano a identificarsi col lavoro che fanno, è difficile che riescano ad affiorare da quelle acque buie e dolorose della loro malinconia e dimenticarsi di se stesse.

Le donne fanno dei figli e quando hanno il primo bambino, comincia in loro una nuova specie di tristezza che è fatta di fatica e di paura e c’è sempre anche nelle donne più sane e tranquille. È la paura che il bambino s’ammali o è la paura di non avere denaro abbastanza per comperare tutto quello che serve al bambino o è la paura d’avere il latte troppo grasso o di avere il latte troppo liquido, è il senso di non poter più tanto girare i paesi se prima si faceva o è il senso di non potersi più occupare di politica o è il senso di non poter più scrivere o di non poter più dipingere come prima o di non poter più fare delle ascensioni in montagna come prima per via del bambino, è il senso di non poter disporre della propria vita, è l’affanno di doversi difendere dalla malattia e dalla morte perché la salute e la vita di una donna è necessaria al suo bambino.

E ci sono donne che non hanno figli e questa è una grande disgrazia, è la peggiore disgrazia che possa avere una donna perché a un certo punto diventa deserto e noia e sazietà di tutte quelle cose che si facevano prima con ardimento, scrivere e dipingere e politica e sport e diventa tutto cenere nelle mani e una donna consapevolmente o inconsapevolmente si vergogna di non avere fatto dei figli e comincia a girare i paesi ma anche girare i paesi è un po’ difficile per una donna, perché ha freddo o perché le fanno male le scarpe o perché le si smagliano le calze o perché la gente si stupisce a vedere una donna che gira i paesi e ficca il naso di qua e di là. E tutto questo ancora si può superare ma c’è poi la malinconia e cenere nelle mani e invidia a vedere le finestre illuminate delle case nelle città straniere; e magari per un periodo abbastanza lungo riescono a vincere la malinconia e passeggiano al sole con un passo fermo e fanno all’amore con gli uomini e guadagnano del denaro e si sentono forti e intelligenti e belle né troppo grasse né troppo magre e si comprano dei cappelli strani con nodi di velluto e leggono dei libri e ne scrivono, ma poi a un certo punto ricascano nel pozzo con paura e vergogna e disgusto di sé e non riescono più a scrivere libri e neppure a leggerne, non riescono a interessarsi a niente che non sia il loro personale guaio che tante volte non sanno spiegarsi bene e gli dànno dei nomi diversi, naso brutto bocca brutta gambe brutte noia cenere figli non figli. E poi le donne cominciano a invecchiare e si cercano i capelli bianchi per strapparli e si guardano le piccole rughe sotto gli occhi, e cominciano a dover mettere dei grandi busti con due stecche sulla pancia e due sul sedere e si sentono strizzate e soffocate lì dentro, e ogni mattina e ogni sera osservano come il loro viso e il loro corpo si trasformi a poco a poco in qualcosa di nuovo e di penoso che presto non servirà più a niente, non servirà più a far l’amore né a girare i paesi né a fare dello sport e sarà qualcosa che invece loro stesse dovranno servire con acqua calda e massaggi e creme oppure lasciarlo devastare e avvizzire alla pioggia e al sole e dimenticare il tempo che era bello e giovane.

Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. Così devo imparare a fare anch’io per la prima perché se no certo non potrò combinare niente di serio e il mondo non andrà mai avanti bene finché sarà così popolato d’una schiera di esseri non liberi.

LETTERA DI ALBA DE CESPEDES A NATALIA GINZBURG

Mia carissima,

voglio scriverti due parole appena finito di leggere il tuo articolo. E così bello e sincero che ogni donna, specchiandosi in esso, sente i brividi gelati nella schiena. Tuttavia, per un momento, avevo pensato di non pubblicarlo, temendo di commettere un’indiscrezione verso le donne nel rivelare questo loro segreto. Inoltre pensavo che gli uomini lo avrebbero letto distrattamente, 0 con la loro vena di ironia, senza intuire l’accorata disperazione e il disperato vigore che è nelle tue parole, e avrebbero avuto una ragione di più per non capire le donne e spingerle ancora più spesso nel pozzo. Ma poi ho pensato che gli uomini dovrebbero infine tentare di capire tutti i problemi delle donne; come noi, da secoli, siamo sempre disposte a tentare di capire i loro. Ti dirò che nel pubblicare il tuo «discorso» ho dovuto vincere un senso istintivo di pudore: lo stesso, certo, che tu avrai dovuto vincere nello scriverlo. Poiché anch’io, come te e come tutte le donne, ho grande e antica pratica di pozzi: mi accade spesso di cadervi e vi cado proprio di schianto, appunto perché tutti credono che io sia una donna forte e io stessa, quando sono fuori del pozzo, lo credo. Figurati, dunque, se non ho apprezzato ogni parola del tuo scritto.

Ma — al contrario di te — io credo che questi pozzi siano la nostra forza. Poiché ogni volta che cadiamo nel pozzo noi scendiamo alle più profonde radici del nostro essere umano, e nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono di comprendere tutto quello che gli uomini — i quali non cadono mai nel pozzo — non comprenderanno mai. E questo il difetto degli uomini, a parer mio: quello di non abbandonarsi mai totalmente, mai lasciarsi cadere nel pozzo. Sicché a volte io penso con affettuosa compassione che essi non abbiano pozzi in cui cadere e quindi non possano mai venire a contatto immediato con la debolezza, i sogni, le malinconie, le aspirazioni, e insomma tutti quei sentimenti che formano e migliorano l’animo umano e che — sebbene inconsapevolmente  e per un succedersi di ignorati tranelli — pesano anche sulla vita dell’uomo più conforme al modello virile. Nel pozzo sono pure tutte le dolorose e sublimi verità dell’amore, sono anzi nel fondo più profondo di ogni pozzo, ma le donne, tutte le donne delle quali tu parli, vi crollano dentro così pesantemente da riuscire a toccarle. E noi siamo spesso infelici in amore appunto perché vorremmo trovare un uomo che anche lui cadesse qualche volta nel pozzo e, tornando su, sapesse quello che noi sappiamo. Questo è impossibile, vero, cara Natalia?, e perciò è impossibile per noi veramente essere felici in amore. Ma quando si cade nel pozzo si sa anche che essere felici non è poi molto importante: è importante sapere tutto quello che si sa quando si viene su dal pozzo.

Del resto — tu non lo dici, ma certo lo pensi — sono sempre gli uomini a spingerci nel pozzo; magari senza volerlo. Ti è mai accaduto di cadere nel pozzo a causa di una donna? Escludi naturalmente le donne che potrebbero farci soffrire a causa di un uomo, e vedrai che, se vuoi essere sincera, devi rispondere di no. Le donne possono farci cadere nell’ira, nella cattiveria, nell’invidia, ma non potranno mai farci cadere nel pozzo. Anzi, poiché qua rido siamo nel pozzo noi accogliamo tutta la sofferenza umana, che è fatta, prevalentemente,  dalla sofferenza delle donne, siamo benevole con loro, comprensive, affettuose. Ogni donna è pronta ad accogliere e consolare un’altra donna che è caduta nel pozzo: anche se è una nemica. Poiché è appunto a prezzo di questa pietosa comprensione del dolore umano che noi a poco a poco ci risolleviamo e riusciamo a venir fuori dal pozzo. Sì, devi ammetterlo, sono proprio gli uomini a spingerci nel pozzo. I figli pure sono uomini, e i fratelli, i padri; ed essi tutti con le loro parole, e più ancora con loro silenzi, ci incoraggiano a cadere nel pozzo “smemorante” ove loro non possono raggiungerci e noi possiamo esser sole con noi stesse.

Vedi, cara Natalia, proprio a proposito di questi pozzi io ho tanto insistito perché, in questo stesso numero della rivista, Maria Bassino, uno dei maggiori penalisti italiani, difendesse il diritto delle donne ad essere magistrati. Perché spesso è proprio nel fondo del pozzo che le donne uccidono, rubano, compiono insomma tutti quei gesti che le umiliano, soprattutto, perché sono contrari al naturale rispetto che ogni donna deve a se stessa. E gli uomini non solo ignorano l’esistenza di questi pozzi, e tutto ciò che s’impara quando si cade in essi, ma ignorano anche d’esser proprio loro a spingervi le donne con tanta spietata innocenza. Anche i magistrati ignorano tutto ciò, perché i magistrati – appunto – sono uomini. E non è questo che le donne siano giudicate soltanto da chi non conosce come esse sono veramente, e perché agiscono in un modo piuttosto che in un altro, mentre gli uomini sono sempre giudicati da coloro che, per essere della loro stessa natura, sono i più adatti ad intenderli.

Gli uomini e le donne, tu dici, non sono fatti alla stessa guisa. Ma quale dei due è fatto meglio? Chi scende nel pozzo – ad esempio – conosce la pietà. E come si può vivere, agire, governare con giustizia senza conoscere la pietà? Inoltre il mondo è popolato almeno per metà di donne. E non è giusto che almeno la metà degli esseri che abitano il mondo viva in stato di soggezione per l’incomprensione dell’altra metà; che è appunto la metà che agisce, decide e governa. Tu dici che le donne non sono esseri liberi: e io credo invece che debbano soltanto acquisire la consapevolezza delle virtù di quel pozzo e diffondere la luce delle esperienze fatte al fondo di esso, le quali costituiscono il fondamento di quella solidarietà, oggi segreta e istintiva, domani consapevole e palese, che si forma fra donne anche sconosciute l’una dall’altra. Del resto essere liberi dal dolore, dalla miseria umana, è veramente un privilegio? La superiorità della donna è proprio nella possibilità di finire su una panchina, come tu dici, in un giardino pubblico, anche se è ricca, anche se scrive o dipinge, anche se ha occhi belli, gambe belle, bocca bellissima. Anche se ha vent’anni. Perché neppure la gioventù dà alla donna la sicurezza che tanto spesso possiedono gli uomini, e che è solo ignoranza della reale condizione umana.

Scusa, mia cara, questa lunga lettera. Ma volevo dirti che, a parer mio, le donne sono esseri liberi. E tra l’altro, volontariamente accettano di essere spinte nel pozzo; delle sofferenze che esse patiscono nel pozzo vorrei parlarti a lungo, perché tutte le sofferenze sono nella vita delle donne; ma allora, per essere perfettamente oneste, dovrei anche parlarti di tutte le gioie che sse trovano in loro.

E di queste non posso parlarti oggi perché mi trovo – come spesso – nel pozzo.

Ti abbraccio, cara.

Nel volume “Un’ assenza” edito da Einaudi si può leggere il saggio di Natalia Ginzburg “Discorso sulle donne” insieme ad altri saggi e racconti brevi scritti dall’autrice tra il 1933 e il 1988.